In due parole...

Come Domenico vogliamo manifestare e proclamare con la nostra vita e la nostra parola, la misericordia di Dio, la liberazione e la riconciliazione di tutti gli uomini in Gesù Cristo.

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Il Concerto

Martedì, 22 Febbraio 2011 00:00

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“Libertà vo cercando che è sì cara”. Sr Elena

 

Questa nota affermazione di Dante potrebbe essere la sintesi del film “Il concerto” viva testimonianza di come l’amore profondo per l’arte, la musica in questo caso, e  per la bellezza possa essere via di salvezza e di libertà. E sarà proprio Tchaikowski a riscattare la splendida orchestra del Bolshoi di Mosca e il suo celebre direttore ad essere causa di liberazione dall’annichilimento di unj potere senza amore per cultura e la bellezza.

Tutto sembra essere contro il direttore d’orchestra. La scena è pregnante di significato. Le note di Tchaikowski trasportano tutti nel mondo sacro dell’invisibile. Ed ecco che una mano violenta strappa di mano al Direttore d’orchestra la sua bacchetta e la spezza sotto i suoi occhi allibiti. Quel crack dell’esile bacchetta è il grido della sua vita spezzata. Siamo a Mosca al tempo di Breznev : è un film del 2009.

concert1Il regista e l’interpretazione degli attori ci trasmettono quella nostalgia che il direttore, ormai schiacciato dal regime e in esilio dalla musica, si porta i cuore. Ma quando ormai egli sembra soccombere a tanta umiliazione gli si presenta una occasione unica e assolutamente imprevista. Il film prende il volo: con un colpo d’ala magistrale il regista ci fa uscire dall’incubo grigio dell’uomo senz’altra identità che non sia quella voluta dal regime politico. Il clima pesante degli umiliazione e della povertà diviene vita, sogni che si realizzano, coraggio di libertà di parola e fantasia. Non mancano scene che fanno sorridere anche se con un po’ di amarezza. Non scade comunque mai nel banale. La nuova orchestra del Bolshoi di Mosca sta suonando in modo pietoso mentre il direttore allontanato e ridotto a fare le pulizie proprio lì ove faceva risuonare il suol’armonia della musica del “SUO” Tchaikowski. Un fax cambia la sua vita e quella dei suoi compagni e amici d’orchestra: gli anni trascorsi sembrano annullati: il mosaico disperso si ricompone. Ma è la vita che si ricompone: bellezza e amore ridonano libertà. Film di alta qualità sia come regia che come contenuto. Molto adatto a dibattiti: non mancano certamente gli spunti adatti per ogni età.

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REGIA: Radu Mihaileanu SCENEGGIATURA: Radu Mihaileanu, Matthew Robbins ATTORI: Mélanie Laurent, François Berléand, Miou-Miou, Valerij Barinov, Lionel Abelanski, Alexeï Guskov, Dmitry Nazarov, Anna Kamenkova Pavlova.

La pellicola è distribuita dalla BIM.

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La fine è il mio inizio

Venerdì, 02 Settembre 2011 00:00

Un’opera di parole e silenzi che sfida le leggi dell’intrattenimento. Nicoletta Dose.

Mancano poche settimane alla fine. Tiziano Terzani, da tempo malato di cancro, sta per morire. Mentre raccoglie i suoi ultimi pensieri, tra salutari risate e umane preoccupazioni, decide di richiamare il figlio Folco da New York per trascorrere con lui, nella sua casa di campagna, un momento di confronto confessionale. Quei dialoghi, registrati con devoto impegno dal figlio, diventeranno il libro “La fine è il mio inizio”.

Il film di Jo Baier è un atto di coraggio che sfida le dure leggi dell’intrattenimento perché è un’opera fatta di parole, silenzi e sguardi, pochi movimenti agitati e tante inquadrature delicate. Chiusi, e allo stesso tempo liberi, nella casa di campagna del giornalista, i protagonisti sono in burrasca, attendono con controllata pacatezza un dolore annunciato. Ma il desiderio di ribellarsi ad un programma stabilito di sofferenza viene incanalato in un senso più ampio di pace. La confessione arguta di un uomo che ripercorre, episodio dopo episodio (l’incontro con la moglie Angela, gli aneddoti sui due figli), paese dopo paese (Cina, Vietnam, Singapore), tutte le più grandi esperienze della sua vita, investe il figlio della responsabilità di registrare tutto perché, mentre il corpo se ne va, l’animo continui a vivere nella memoria di chi rimane.

Lo spettatore deve predisporsi all’ascolto, deve calibrare i propri istinti emotivi, lasciarsi andare alla commozione ma allo stesso tempo rimanere vigile di fronte al pensiero finale di un uomo che potrebbe sembrare esoterico (il contatto stretto con la natura, la predisposizione a riflessioni sull’universo, e l’abbigliamento da ‘santone’), ma che invece evita qualsiasi tentazione new age. Anche quando racconta del volo di una coccinella sull’Himalaya o delle cavallette che ricordano primavera, il suo personale panteismo naturalistico non rappresenta mai un punto d’arrivo ma un passaggio che chiama altro sapere. E così, anche alla fine della vita corporea, non smette di curiosare tra le profondità dell’anima, tentando – e infine trovando – un modo umanamente altissimo di andarsene.

Ridere per poter morire in pace, seppur con rabbia. E morire ridendo. Abbandonarsi a ciò che accomuna tutti gli uomini con accettazione, dimostrando che si può volgere lo sguardo al passato, ripensare a ciò che si è fatto e riconoscersi: fare la vita che si desidera è fattibile, dice il padre Tiziano al figlio Folco. Bruno Ganz e Elio Germano dimostrano di aver compreso la profondità del suo pensiero e, con dedizione e rispetto, rappresentano, il primo l’ingombrante ombra di un padre straordinario ma difficile da raggiungere, il secondo l’intelligente volontà di essere diverso dal genitore, pur ammirandone lo spirito da esploratore. Un’eredità aggraziata che, in tempi di distrazione cronica e rumore generalizzato, dimostra di essere un gioiello preziosissimo.

La pellicola è distribuita dalla Fandango.

Uomini di Dio

Lunedì, 02 Agosto 2010 00:00

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Da una storia vera, un film profondo, ma non per tutti. Andrea D’Addio.


Presentato quest’anno in concorso al Festival di Cannes, e fino all’ultimo giorno ritenuto come uno dei favoriti per il massimo premio (si è invece “accontentato” del  Gran Premio della Giuria), “Uomini di Dio” sconta prima di tutto un errore prettamente italiano: il titolo italiano. Da un “Des Hommes et des Dieux”, ovvero una sorta di “a proposito degli uomini e degli dei”, si è passato al riduttivo “Uomini di Dio”. Qualcosa che allontanerà sicuramente buona parte del potenziale pubblico di questa pellicola.

Michael Lonsdale in Uomini di Dio

Nonostante si parli infatti della tragedia che coinvolse un gruppo di frati trappisti di tre diversi monasteri in Algeria sequestrati nella notte tra il 26 e il 27 Marzo 1996 da un gruppo di terroristi islamici, il film è tanto cristiano nel tema quanto “laico” nell’approccio. Non c’è critica alla Chiesa o ai suoi uomini, non è un film “contro qualcosa” (neanche contro il terrorismo di natura religiosa), ma un ritratto forse crudo, ma comunque articolato, della fede che anima le gesta e i comportamenti dei suoi protagonisti. Uomini (non “di Dio”, ma da lui ispirati) che vivono le proprie debolezze e dubbi come chiunque altro quando si parla delle proprie esistenze e del migliore modo per continuare a perseguire i propri progetti/ambizioni davanti a un ostacolo, che sia questo anche la morte.

Lambert Wilson in Uomini di Dio

 

Il film di Xavier Beauvois è sicuramente ostico ed a rischio sbadiglio, ma ha il merito di restare impresso nelle menti e negli occhi dei suoi spettatori. E’ uno di quei film che, per merito sia del cast che della sceneggiatura, si rivaluta a distanza di tempo, quando ci si rende conto che ha lasciato qualcosa dentro, che sia una riflessione a tutto tondo o un semplice punto di partenza. Lambisce il rischio di diventare un’apologia della scelta dei frati, rimasti nel convento nonostante fossero sicuri che così li sarebbero venuti a prendere (e uccidere), per diventare un ben più profondo spaccato di verità che mostra semplicemente le cose come sono andate, senza drammatizzazioni o moralismi. E se questo finisce per diventare un grande manifesto a favore delle buone opere che migliaia di frati e missionari svolgono in tante parti del mondo, tanto meglio.  E’ successo, succede ora e non ci si può augurare che succederà anche in futuro. La sempre “ribelle” Francia ha candidato “Uomini di Dio” come suo rappresentante ai prossimi premi Oscar: una bella e vera dimostrazione di laicità.

La pellicola è distribuita dalla Lucky Red.

 

Una separazione

Martedì, 03 Luglio 2012 08:51

una separazione

Nader e Simin si stanno separando. L'incipit li vede l'uno a fianco dell'altra eppur lontani, divisi dal muro di parole e recriminazioni che si vomitano addosso, a esporre le motivazioni che li hanno condotti a tale scelta. L'inquadratura, una soggettiva del giudice che deve vagliare l'istanza di divorzio, collocando lo spettatore nella sua stessa posizione, sembra investirlo di un ruolo analogo, quello di soppesare ragioni e torti e cercare di emettere un verdetto il più giusto possibile, misurando anche le parole stesse del funzionario la cui voce over, pur fredda e distaccata, è solo apparentemente imperturbabile ed equidistante (Simin afferma che tra i motivi che la stanno spingendo ad andare all'estero c'è il non volere che la figlia continui a vivere "in queste condizioni"; alla richiesta vagamente circospetta del burocrate di precisare la natura di queste condizioni la donna oppone un prudente e remissivo silenzio). L'obiettività di giudizio, in una manciata di minuti, si rivela territorio sdrucciolevole, pura chimera con l'evolversi e inspessirsi dell'intrigo. Lo sguardo abbandona la frontalità (che ritornerà solo nel finale, ma carica di un senso altro) per tuffarsi nel vivo delle fratture, in un corpo a corpo della macchina da presa con le ragioni (legittime) di tutti, le inquadrature addensandosi di una pluralità di punti di vista difficilmente conciliabili, la verifica della verità (sempre e comunque parziale) rivelandosi pratica impervia. La separazione del titolo, singola, ne rivela altre, alla prima concatenate in un sistema implacabile di scatole cinesi, separazioni che sono umane, sociali, di genere, culturali. Politiche, dunque.

 Con Una separazione, film trionfatore all'ultimo festival di Berlino dove oltre al premio massimo, l'Orso d'Oro, ha anche vinto quelli d'argento per l'insieme del cast maschile e femminile, e agli Oscar ha vinto il miglior film straniero, il regista Asghar Farhadi intensifica ed affina metodo ed esito già all'opera nel precedente e pregevole About Elly. Setting ordinario: un appartamento borghese, corridoi e aule del tribunale, sale d'attesa ospedaliere, le trafficatissime strade della città, l'abitazione scalcinata di una coppia proletaria, situazione quotidiana (le incombenze e nuove disposizioni casalinghe seguenti alla rottura tra coniugi e in presenza di un anziano ammalato), evento drammatico e improvviso (la lite tra Nader e Razieh) che fa esplodere i conflitti fino ad allora sopiti, dipanando per progressivi aggiustamenti delle angolazioni di visione una ragnatela di pensieri, parole e azioni sempre più inestricabile e soffocante.

Messa in scena concitata, di scoperta fisicità e trattenuta aggressività, governata da una mobile e nervosa camera a mano, che aderisce totalmente ai personaggi in campo, ad essi mai superiore. Gestione della tensione di impressionante controllo, all'interno di spazi fisici e mentali sempre più angusti (scomposti da una teoria di pareti, porte, finestre, vetri opachi), al limite del rilascio esplosivo (il parabrezza infranto del prefinale). Utilizzando strategicamente l'ellissi (fuori campo avvengono i due eventi cruciali su cui s'imbastisce una rete di illazioni e congetture, costringendo lo spettatore a ripensare e reinterpretare sequenze già viste), il regista traccia una mappa tortuosa di scorciatoie e impasse morali, sottili prevaricazioni e violenze sotterranee (la confessione che l'insegnante di Termeh cerca di estorcere alla piccola figlia di Razieh), verità paralizzanti e inevitabili menzogne. I codici (giuridici e religiosi) saltano, inapplicabili a un materiale umano così magmatico, i concetti di giusto e sbagliato continuamente riperimetrati, lo statuto della verità messo in discussione ad ogni svolta del racconto.

Farhadi non ha bisogno, come altri colleghi, di ricorrere a stratagemmi per aggirare la censura. Il suo cinema non affronta apertamente questioni politiche, pur essendo eminentemente politico: le aporie del sistema iraniano anziché essere additate sono parte integrante e inscindibile di un dramma borghese che si fa tragedia lacerante e senza catarsi della coscienza e delle responsabilità. La lettura metaforica è possibile ma mai sottolineata né pretesa. Il complesso scenario umano e sociale squadernato in Una separazione mostra l'Iran dilaniato al suo stesso interno dallo scontro sociale e culturale e da questo immobilizzato, la generazione di mezzo, relativamente agiata e di buoni studi, impantanata tra desideri di fuga e attaccamento alla tradizione, impossibilitata a disfarsi del corpo muto e ingombrante dei padri, proiettante ansie di modernità e rovelli etici sulla generazione dei figli. Le derive quasi kafkiane della giustizia in uno stato confessionale, la forza ineludibile dei condizionamenti religiosi, il ruolo slittante della donna (mai totalmente subalterna, più lungimirante dell'uomo, mai assoluta protagonista nonostante il futuro sia femmina) non si cristallizzano in rigido manifesto. Diversamente da About Elly il registro simbolico non si sovrappone alle modulazioni di un racconto esistenziale, a una sostanza universalmente drammatica, ma ne costituisce naturale stratificazione di senso.

Sarà infine la giovane Termeh, al termine di un aspro e duro percorso di perdita dell'innocenza, a dover emettere una sentenza, le piccole spalle gravate di un fardello insostenibile. L'impossibilità di una risoluzione piena e soddisfacente si fa segno grafico sul corpo della pellicola stessa, incidendosi sui titoli di coda come ulteriore barriera separatrice tra gli sguardi che si cercano e si sfuggono dei due genitori, in attesa di una risposta che rimane dolorosamente esitante, fuori scena, in dilaniante stallo.

Michele Favara

Recenzione tratta da: http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=3911

Ora dove andiamo

Domenica, 20 Gennaio 2013 09:36

"Notte e giorno rieccheggiano la poesia dell'incarnazione, dove vita e morte incontrano luce, musica, sapori. Là, in quel villaggio sperduto, parabola della nostra quotidianità, le donne, nella loro lotta per la pace, fanno ai loro uomini la domanda che abita la nostra umanità: cosa sperate dall'esistenza se non l'amore che fa la sua bellezza?" 

Sr Jacqueline

dove andiamo


Un tema classico interpretato con lo sguardo di una donna, Nadine Labaki : le relazioni tra musulmani e cristiani... Ambientato nel quotidiano di un borgo isolato dove le donne, cuori di spose e di madri prima di tutto, fanno del tutto per mantenere un clima di pace e rispetto mutuo quando le tensioni dell'esterno mettono a rischio questo fragile equilibrio tra gli uomini del villaggio... Al cuore di un argomento così profondo e delicato che tocca al valore stesso della vita e della fraternità aldilà di ogni confessione si viaggia tra il piangere e il ridere con grande rispetto e sobrietà, con la delicatezza femminile... E ci mettiamo a sognare che questa amicizia così fragile sia possibile... Un inno alle donne strumento di pace, portatrice di vita!

Sr Marie-Théo

 

Difficile riassumere un film per invogliare a visionarlo senza però svelare troppo. In una frase potremmo dire riprendendo le parole della copertina: in un villaggio di cristiani e musulmani, le donne, "grazie alla loro straordinaria inventiva, mettono in atto dei piani esilaranti cercando di distrarre gli uomini del villaggio, in modo da allentare la tensione interreligiosa." Ma se dovessi esprimere il sentimento che prevale dopo averlo visto, sottolineerei la forza delle donne per proteggere la vita, l'armonia, la pace, al-di-là di ogni differenza pure viscerale come quella tra le religioni. Una forza d'amore che davvero fa nascere la vita sulle ceneri dell'odio sterile perché sgorga da più profondo, al-di-là dei punti di divergenza. Non è lì che giace la dignità dell'uomo, in questo punto che lo fa figlio dell'unico Dio, il clemente, il misericordioso?

Sr Christine


dove andiamo 2


Ascoltiamo la voce narrante ...

La storia che voglio raccontare la offro a chi la vuole ascoltare ...

Sono gente che digiuna che in preghiera si raduna,

la storia di un villaggio isolato, dalle mine circondato,

solo, tra cielo e terra, sperduto nella guerra,

due gruppi dal cuore straziato, sotto un cielo infuocato,

con le mani che il sangue bruna, in nome della croce o della mezzaluna,

un villaggio isolato, che per la pace ha optato,

la cui vita è intessuta, di filo spinato e violenza vissuta,

è una lunga storia, di ombre scure senza gloria,

senza stelle scintillanti, né fiori sfavillanti,

con occhi di cenere e lacrime accerchiati,

le donne per proteggere i loro amati, di coraggio si sono corrazzate ...


il film ci dispiega il coraggio di queste donne che sono sempre protagoniste, unite al di là delle loro differenze ...

La voce narrante conclude:


la mia storia l'ho raccontata, a voi l'ho confidata,

su un villaggio che la pace trovava, mentre il conflitto il paese attraversava,

la storia di uomini che si sono addormentati, e si sono svegliati senza guerra, meravigliati,

una storia di donne, sempre di nero abbigliate

che di fiori e preghiere si sono armate,

al posto di armamenti vari per proteggere i loro cari,

hanno preso in mano il destino per trovare un altro cammino ...


Adesso tocca a noi, spinte da queste donne, trovare un altro cammino, che possa vincere le nostre divisioni, un cammino da inventare, il cammino della vita ...

sr Catherine

 

 

Les fenêtres de l'âme

Venerdì, 02 Settembre 2011 00:00

Les fenêtres de l'âme

 

Être chrétien n’appartient pas d’abord au domaine des idées, mais au domaine de l’expérience. L’ouïe, la vue, le goût, le toucher et l’odorat, nos cinq sens, sont les moyens de notre relation au monde et aux autres et de notre communion et communication avec nos semblables. La relation à Dieu est tout intérieure, mais Dieu est vivant et, comme le vivant, il se donne à entendre, à voir, à goûter, à toucher et à sentir ou à respirer. La tradition, depuis Origène, a parlé des sens spirituels, qui sont, pour nous, comme les fenêtres de notre âme.

Catherine Aubin nous offre un parcours stimulant à la découverte de nos cinq sens spirituels. Il ne s’agit pas d’une étude de psychologie expérimentale, mais d’une réflexion sur la vie chrétienne et sur la prière, riche de symboles bibliques et de références patristiques. L’oreille, l’écoute et le silence… l’œil, la lumière et le regard… la bouche, la manducation et la saveur… la main, le toucher et le tact… le nez, la respiration et le parfum… mais aussi la tranquillité des sens, la foi, l’espérance et la charité, l’amour de Dieu et du prochain… et la prière. Ces cinq fenêtres de l’âme, ouvertes sur le divin et sur l’humain, conduisent celle-ci à l’unité intérieure et à la paix, à la communion avec le Vivant.

AUTEUR
Catherine Aubin est dominicaine de la Congrégation romaine de saint Dominique. Titulaire d’une maîtrise en psychologie, elle est docteur en théologie spirituelle. Elle enseigne la théologie sacramentelle et spirituelle à l’université Angelicum à Rome ainsi qu’à l’Institut de théologie de la Vie consacrée. Elle collabore à Radio Vatican pour des émissions de spiritualité.

Mendiants d'amour

Lunedì, 03 Ottobre 2011 00:00

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Le Père Matthieu Dauchez a tout quitté pour les enfants de Manille, les enfants de la rue et de la décharge publique. Avec une équipe d’éducateurs philippins, il arpente les rues pour leur offrir une vie d’enfants dans le cadre de la Fondation Tulay ng Kabataan : scolarisation, foyer d’insertion, programme de nutrition.

Très vite, il constate que le vrai défi n’est pas de partir mais de demeurer fidèle au quotidien. Si les souffrances sont extrêmes, les fruits de cette fidélité et les grâces sont immenses.

Le Père Dauchez propose une relecture spirituelle à partir de ses rencontres quotidiennes et partage ici les leçons de dignité, de courage et d’amour que donnent les plus petits parmi les démunis.

AUTEUR
Le Père Matthieu Dauchez, ordonné en 2004, est directeur de la fondation “Un pont pour les enfants à Manille” qui œuvre en faveur des enfants les plus démunis : enfants des bidonvilles, enfants de la décharge et enfants des rues.

Cose che nessuno sa - Alessandro d'Avenia

Mercoledì, 02 Novembre 2011 00:00

Cultura – La Stampa
01/11/2011 – INTERVISTA


D’Avenia e il padre che svanisce


cose che nessuno sa-155x225«E’ scomparsa la figura simbolica che rappresenta l’autorità,
quella che dice  ai figli cosa devono fare». L’autore parla
del suo nuovo romanzo
michele brambilla
milano

Domani arriva in libreria Cose che nessuno sa (Mondadori, 332 pagine, 19 euro), il secondo romanzo di Alessandro D’Avenia. Il primo, Bianca come il latte rossa come il sangue, uscito nel gennaio del 2010, è stato un successo strepitoso: quattrocentomila copie vendute in Italia, venti traduzioni all’estero, un film che uscirà l’anno prossimo. Parlava di quell’età meravigliosa e difficile che è l’adolescenza, ed era riuscito nel miracolo di farsi leggere sia dai ragazzi, sia dai genitori. Cose che nessuno sa va ancora più nel profondo, e scava in una delle grandi colpe rimosse del nostro tempo: l’assenza del padre, o la sua sciatta presenza, che è quasi la stessa cosa.

Trentaquattro anni, insegnante di lettere in un liceo di Milano, Alessandro D’Avenia ci racconta di una mail che dice molto dell’attesa che s’è creata su questo suo secondo romanzo: «Una ragazza mi ha scritto che non vede l’ora di leggerlo perché ha un padre che torna a casa dal lavoro tardi, è sempre stanco, non parla, e appena trova un po’ di tempo va a curare un campo dove ha piantato degli olivi. Così lei si chiede se è meno importante di un pezzetto di terreno».

Quanti ragazzi si possono ritrovare in una mail come questa?
«A volte mi chiedo perché non vedo mai i padri ai colloqui a scuola. Vengono sempre le mamme. Perché? Perché gli uomini sono al lavoro? Ma no, questo valeva una volta, non adesso che lavorano anche le donne. Credo che i padri non si rendano conto di quanto i ragazzi abbiano questo desiderio, questo bisogno. Dovreste vederli, in classe, come sono orgogliosi quelle rare volte che i papà vengono ai colloqui. Glielo leggi in faccia che pensano: per mio padre oggi sono stato più importante io del suo lavoro».

Chi, fra noi padri, non si sente chiamato in causa? Forse siamo la prima generazione che ha abdicato al compito di educare la successiva: educare nel senso etimologico, cioè «condurre, trarre fuori» dai figli le potenzialità, il tesoro che hanno dentro, per aiutarli ad affrontare la vita. «In questo momento – ci dice D’Avenia – la nostalgia della società intera è quella dell’assenza di un padre, con la minuscola e con la maiuscola. Non parlo solo dei padri biologici. Anche nel mondo del lavoro soffriamo e paghiamo l’assenza di padri, intesi come maestri. Perché il mio primo libro ha avuto così tanto successo? Perché uno dei protagonisti, il professore, è uno che vuole fare il padre, che si fa carico dei ragazzi che gli sono stati affidati.

«Oggi i due profili dell’adolescente sono: o Narciso, o la totale disistima di sé. Sono due poli che dipendono entrambi dall’assenza di un padre. Se io oggi credo in me, non è perché sono presuntuoso, ma perché sono stato amato moltissimo. Innanzitutto dai miei genitori, e poi da altri che si sono presi cura di me. Penso a due miei professori del liceo di Palermo: uno era quello di lettere, l’altro era padre Puglisi. Tutti e due hanno dato la vita per i loro ragazzi, padre Puglisi addirittura fino a farsi ammazzare.

«Oggi non è solo un problema di assenza fisica. è scomparsa la figura simbolica del padre, quello che rappresenta l’autorità, che dice ai figli che cosa devono fare senza aprire una trattativa. Il padre è quello che quando ti insegna ad andare in bicicletta, sta a qualche metro di distanza e ti dice “se hai bisogno, io sono qua, ma tu vai da solo”. Molti uomini oggi fanno cose che un tempo i padri non facevano, cambiano i pannolini e fanno i bagnetti, e se devono insegnare al figlio ad andare in bicicletta, lo tengono per un braccio perché hanno paura che cada: ma così non si fa il padre, si fa la mamma-bis».

Poi c’è il dramma delle assenze più, come dire, carnali. La protagonista di Cose che nessuno sa è una ragazza di quattordici anni, Margherita, che decide di andare alla ricerca del padre fuggito da casa. Affascinata dal suo professore che gli presenta l’Odissea come se fosse proprio la sua storia, come Telemaco Margherita va alla ricerca del genitore, e alla fine sarà lei, non il padre, a portare la ferita di Ulisse.

«Quando entri in classe» racconta D’Avenia, e qui a parlare è più il professore che lo scrittore, «vedi subito la differenza tra gli occhi di chi ha i genitori separati e quelli di chi una famiglia ce l’ha: magari tribolata, ma ce l’ha». Ed è qui che Cose che nessuno sa passa inevitabilmente dal tema del padre a quello dell’amore: se tanti padri scappano come il papà di Margherita, è perché abbiamo smarrito la percezione della bellezza del «per sempre». «Oggi i ragazzi danno per scontato che un amore sia necessariamente “a tempo”. E io dico loro: scusate, ma voi quando fate una dichiarazione d’amore che cosa dite, voglio stare con te fino al 2013? Tutti mi rispondono “Nooo, sarebbe bruttissimo!”. E allora io dico: visto che lo intuite anche voi? Il bello dell’amore è la durata, è il resistere».

è il punto di vista di un credente? «In un libro a me molto caro, Lettera a D., André Gorz, ateo, arrivato alla fine dei suoi anni, scrive alla compagna della sua esistenza che “se per assurdo avessimo una seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme”. è partendo dall’umano, e non da un Dio, che si percepisce quanto, come diceva Nietzsche, l’amore voglia profonda eternità». Ma non pensate che il romanzo di D’Avenia sia un sermone sui doveri del padre e sulla fedeltà. Al contrario, alla fine quel che prevale è uno sguardo di misericordia sull’uomo, alle prese con l’incompiutezza di un mondo che non si può definire in uno schema perché ci sono troppe «cose che nessuno sa». Misericordia, e un grande amore per la vita nonostante le sue ombre.

Altro libro dell’autore:

bianca numeriprimiLeo è un sedicenne come tanti: ama le chiacchiere con gli amici, il calcetto, le scorribande in motorino e vive in perfetta simbiosi con il suo iPod. Le ore passate a scuola sono uno strazio, i professori “una specie protetta che speri si estingua definitivamente”. Così, quando arriva un nuovo supplente di storia e filosofia, lui si prepara ad accoglierlo con cinismo e palline inzuppate di saliva. Ma questo giovane insegnante è diverso: una luce gli brilla negli occhi quando spiega, quando sprona gli studenti a vivere intensamente, a cercare il proprio sogno. Leo sente in sé la forza di un leone, ma c’è un nemico che lo atterrisce: il bianco. Il bianco è l’assenza, tutto ciò che nella sua vita riguarda la privazione e la perdita è bianco. Il rosso invece è il colore dell’amore, della passione, del sangue; rosso è il colore dei capelli di Beatrice. Perché un sogno Leo ce l’ha e si chiama Beatrice, anche se lei ancora non lo sa. Leo ha anche una realtà, più vicina, e, come tutte le presenze vicine, più difficile da vedere: Silvia è la sua realtà affidabile e serena. Quando scopre che Beatrice è ammalata e che la malattia ha a che fare con quel bianco che tanto lo spaventa, Leo dovrà scavare a fondo dentro di sé, sanguinare e rinascere, per capire che i sogni non possono morire e trovare il coraggio di credere in qualcosa di più grande.

Bianca come il latte, rossa come il sangue non è solo un romanzo di formazione, non è solo il racconto di un anno di scuola, è un testo coraggioso che, attraverso il monologo di Leo – ora scanzonato e brillante, ora più intimo e tormentato -, racconta cosa succede nel momento in cui nella vita di un adolescente fanno irruzione la sofferenza e lo sgomento, e il mondo degli adulti sembra non aver nulla da dire.

Contando su un recupero moderno e vitale della grande tradizione classica, il D’Avenia romanziere esordiente si allea con il giovane professore di liceo, questa la professione dell’autore, per offrire con energia al lettore più e meno giovane qualche risposta che, come ogni risposta vera, non aspira a essere definitiva, ma neppure esitante e rassegnata.